CAPITOLO III
IL POTERE CHE EBBE SULLE CREATURE INSENSIBILI,
E SPECIALMENTE SUL FUOCO
836 14. Nel tempo in cui era afflitto dalla malattia
degli occhi, i confratelli persuasero l'uomo di Dio ad accettare
le cure; perciò venne chiamato al luogo dei frati un
chirurgo. Costui portò con sé lo strumento di
ferro per la cauterizzazione e ordinò di metterlo sul
fuoco, fino a che non fosse reso incandescente. Al che il
beato Padre, confortando il proprio corpo scosso dal timore,
così si rivolse al fuoco: «Fratello mio fuoco,
l'Altissimo ti ha creato per emulare in bellezza le altre
cose, potente, bello e utile. Siimi favorevole in questo momento,
siimi amico, poiché già ti ho amato nel Signore!
Prego il grande Iddio che ti ha creato, che moderi il tuo
calore in modo che ora io possa dolcemente sopportarlo».
Terminata l'orazione, benedisse con un segno di croce il fuoco
e quindi, pieno di coraggio, attese. Mentre il ferro rovente
e scintillante veniva afferrato dal chirurgo, i frati fuggirono
vinti da umana paura e il Santo lieto e senza esitazione si
sottopose al ferro. Il ferro crepitando penetrava nella morbida
carne e venne fatta la cauterizzazione a tratti dall'orecchio
al sopracciglio. Quanto quel fuoco abbia provocato dolore,
ne è testimonianza la parola di colui che ne ebbe esperienza.
Infatti, ritornati i frati che erano fuggiti, il Padre sorridendo
disse: «Paurosi e deboli di cuore, perché mai
siete fuggiti? In verità vi dico, non ho sentito né
il calore del fuoco né alcun dolore della carne».
E rivolto al medico: «Se la carne non è ben cotta,
applica di nuovo il ferro!». Il medico, che conosceva
ben altre conseguenze di simili operazioni, magnificò
tale miracolo, esclamando: «Dico a voi, fratelli, ho
visto oggi cose mirabili». Era forse tornato alla primitiva
innocenza colui al volere del quale si arrendevano ammansiti
gli esseri indocili.
837 15. Il beato Francesco, desiderando qualche volta
andare ad un eremo per attendere più liberamente alla
contemplazione, poiché era molto debole, ottenne da
un povero uomo un asino da cavalcare. Costui mentre saliva
nella calura estiva per i viottoli montagnosi, seguendo l'uomo
di Dio, è preso dalla fatica del lungo cammino su una
strada troppo aspra e lunga, e, prima di arrivare alla meta,
viene meno dalla sete. Si mette dunque a supplicare con insistenza
il Santo che abbia pietà di lui, dicendo che sarebbe
morto se non avesse bevuto qualche sorso d'acqua. Il santo
di Dio, che sempre era compassionevole verso gli afflitti,
senza indugio discese dall'asino e, piegate a terra le ginocchia,
alzò le palme verso il cielo, non cessando di pregare,
finché si sentì esaudito. «Affrettati,
disse al contadino, e troverai acqua viva, che in questo istante
Cristo misericordioso ha fatto sgorgare dalla pietra».
Stupenda degnazione di Dio, che si china verso i suoi servi
così facilmente!
Beve il contadino l'acqua sgorgata dalla pietra per virtù
della preghiera del Santo e gustò una bevanda tratta
dalla durissima roccia. Polla d'acqua in quel luogo non c'era
mai stata, né in seguito si è mai potuta ritrovare,
come dimostrano le ricerche diligentemente fatte.
838 16. Gagliano è un paese popoloso e illustre
in diocesi di Sulmona. In esso viveva una donna di nome Maria
che, giunta alla conversione attraverso le difficili vie del
mondo, si era dedicata totalmente al servizio di san Francesco.
Era salita un giorno su un monte, riarso per la totale mancanza
d'acqua, con l'intenzione di potare gli aceri verdeggianti;
aveva dimenticato di portare con sé l'acqua e, per
il calore eccessivo, cominciò a venir meno per l'arsura
della sete. Non potendo ormai far nulla e giacendo per terra
esaurita, cominciò a invocare il suo patrono san Francesco.
Affaticata si assopì. Ed ecco sopraggiungere san Francesco,
che la chiamò col suo nome: «Alzati e bevi l'acqua
che a te e a molti altri viene offerta quale dono di Dio».
Sbadigliò la donna a tale voce e vinta dal sonno tornò
a riposare. Chiamata ancora una volta, ancor molto stanca,
rimase a terra sdraiata. La terza volta però, confortata
al comando del Santo si alzò. E afferrando una felce
vicina la estrasse dal terreno. Avendo allora scorto che la
sua radice era tutta intrisa d'acqua, con le dita e con un
piccolo ramoscello cominciò a scavare tutt'attorno.
Subito la fossa si riempì d'acqua e la piccola goccia
crebbe fino a divenire fonte. Bevve la donna e dissetata,
si lavò gli occhi che, gravemente indeboliti da una
lunga malattia, non potevano vedere nulla con chiarezza. Si
illuminarono i suoi occhi e, sparita la rugosa vecchiezza
si riempirono come di nuova luce. La donna si affrettò
verso casa, per annunciare a tutti tale stupendo miracolo
a gloria di san Francesco. Si diffuse la notizia del miracolo
in altre regioni, giungendo alle orecchie di tutti. Accorsero
da ogni parte molti colpiti da varie malattie che, fatta anzitutto
la confessione per la salvezza dell'anima, vennero qui liberati
dalle loro infermità. Infatti i ciechi riacquistarono
la vista, gli zoppi ripresero a camminare, anche gli obesi
divennero più snelli, e ad ogni infermità viene
offerto il giusto rimedio. Ancora oggi dalla fonte prodigiosa
l'acqua continua a sgorgare; è stato qui costruito
un oratorio in onore di san Francesco.
839 17. Nel periodo in cui era presso l'eremo di
Sant'Urbano, il beato Francesco gravemente ammalato, con labbra
aride, domandò un po' di vino, gli risposero che non
ce n'era. Chiese allora che gli portassero dell'acqua e quando
gliela ebbero portata la benedisse con un segno di croce.
Subito l'acqua perse il proprio sapore, e ne acquistò
un altro. Diventò ottimo vino quella che prima era
acqua pura, e ciò che non poté la povertà,
lo provvide la santità. Dopo averlo bevuto, quell'uomo
di Dio si ristabilì molto in fretta e come la miracolosa
conversione dell'acqua in vino fu la causa della guarigione,
così la miracolosa guarigione testimoniava quella conversione.
840 18. Nella provincia di Rieti era scoppiata una
pestilenza molto grave che contagiava i bovini, tanto che
solo qualche bue poteva sopravvivere. A un uomo timorato di
Dio, di notte attraverso un sogno venne fatto sapere di recarsi
con sollecitudine ad un eremo di frati per prendere l'acqua
con cui si lavavano le mani e i piedi del beato Francesco,
che allora là si trovava, per aspergere con essa tutti
i bovini. Alla mattina levatosi quell'uomo, ben ansioso di
ottenere il beneficio, venne al luogo indicato, e, all'insaputa
del Santo, poté ottenere dagli altri frati quell'acqua,
che poi asperse su tutti i bovini, come gli era stato comandato.
Da quel momento cessò per grazia di Dio il pestilenziale
contagio, né più riapparve in quella zona.
841 19. In regioni diverse molte genti offrivano
molto spesso a san Francesco con fervida devozione pane ed
altri cibi perché li benedicesse.
Conservandosi questi per lungo tempo senza corrompersi, grazie
all'intervento divino, se presi come cibo risanavano i corpi
affetti da malattia. E stato anche provato infatti che per
loro virtù furono allontanate violente tempeste di
grandine e tuoni. Affermano alcuni di aver constatato che,
per virtù del cordone che egli cingeva e delle pezzuole
scucite dai suoi abiti, sono stati scacciati i morbi e fugate
le febbri, recuperando così la tanto desiderata salute.
842 Celebrando il Santo, il giorno della Natività
del Signore, la memoria del presepio del bambino di Betlemme,
e rievocando misticamente tutti i particolari dell'ambiente
nel quale nacque il bambino Gesù, molti prodigi si
manifestarono per intervento divino. Fra questi vi è
quello del fieno sottratto a quella mangiatoia, che divenne
rimedio alle infermità di molti e che fu utile particolarmente
alle partorienti in difficoltà e a tutti gli animali
contagiati da epidemie.
Avendo narrato tutto ciò delle creature insensibili,
aggiungiamo ora qualcosa sull'obbedienza prestata dalle creature
sensibili.